Ogni aumento dell'1% nella spesa militare corrisponde a una riduzione dello 0,62% nella spesa sanitaria pubblica. Lo dimostra lo studio pubblicato sulla rivista Defence and Peace Economics, basato su dati provenienti da 197 Paesi.
Parte da questi dati la Federazione degli ordini dei medici e odontoiatri per lanciare la campagna social "Aumentiamo gli investimenti nella difesa. Della salute".
Il fenomeno è aggravato dall'aumento dei conflitti globali, che non solo drenano risorse ma danneggiano direttamente i sistemi sanitari. "Tra il 1990 e il 2017 si stimano oltre 29 milioni di morti indirette legate alle guerre. In Italia, la spesa sanitaria pubblica è in calo rispetto al Pil, mentre cresce quella militare: tra il 2013 e il 2023 la difesa è aumentata del 26% e gli acquisti di armi del 132%", spiega il presidente della Fnomceo Filippo Anelli. Per l'Italia raggiungere il nuovo obiettivo Nato del 5% sul Pil in dieci anni vorrebbe dire, spiega ancora Anelli, "aumentare la spesa militare di una media di 40 miliardi di euro all'anno in più rispetto alla proiezione di costi con il livello attuale intorno al 2%".
Per questo la Fnomceo chiede di "rimettere la salute al centro delle politiche pubbliche e di considerarla un investimento strategico, non un costo".
La Fnomceo si è già espressa sul tema con due documenti. Nel luglio 2025, gli Ordini dei Medici di sei Paesi europei - tra cui l'Italia - hanno sottoscritto la "Carta di Roma: la Salute come investimento strategico", promossa proprio dalla fnomceo.
Il documento propone all'Unione Europea l'introduzione di una "clausola di resilienza sanitaria" che consenta agli Stati di destinare risorse aggiuntive alla salute senza violare i parametri di bilancio europei.
Nel marzo 2026, la stessa Fnomceo ha approvato il Manifesto "Medici e Pace", che afferma con chiarezza che i sistemi sanitari pubblici e universalistici sono "infrastrutture di pace": i medici firmatari si impegnano a rifiutare la guerra come strumento di risoluzione dei conflitti.
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