Farmaci sviluppati senza considerare
adeguatamente le differenze tra uomini e donne possono essere
meno efficaci o più rischiosi per una parte della popolazione,
quella femminile. Un problema ancora attuale, che nasce già nei
laboratori, dove molti studi preclinici continuano a essere
condotti prevalentemente su modelli maschili, a partire dagli
animali stabulati. È questo il punto centrale del nuovo Position
Paper pubblicato dalla Società Italiana di Farmacologia-Sif,
sull'European Journal of Pharmacology, che richiama l'attenzione
della comunità scientifica sulla necessità di includere
sistematicamente la variabile sesso nella ricerca biomedica.
"Nonostante le linee guida nazionali e internazionali
raccomandino da anni di considerare il sesso come variabile
biologica fondamentale - si legge in una nota della Sif - questa
indicazione è ancora spesso ignorata. Il risultato è un
potenziale squilibrio nella conoscenza scientifica che può
tradursi in terapie meno appropriate e in un maggior rischio di
effetti avversi, in particolare nelle donne. Nel documento si
evidenzia come, negli studi preclinici, sia ancora diffuso
l'utilizzo di animali stabulati di un solo sesso, generalmente
maschi, per ridurre la variabilità sperimentale. Una scelta
metodologica che, tuttavia, limita la comprensione dei
meccanismi biologici e della risposta ai farmaci nelle femmine,
introducendo un bias che può compromettere la trasferibilità dei
risultati alla pratica clinica.
"Non considerare il sesso come variabile biologica nella
ricerca preclinica - affermano Flavia Franconi e Luigia Trabace,
rispettivamente presidente onorario e coordinatrice del Gruppo
di lavoro in Farmacologia e Tossicologia di Genere della Sif -
significa partire da presupposti incompleti. È necessario
superare pratiche ancora diffuse, come l'uso prevalente di
animali di un solo sesso e di cellule senza sesso. Inoltre, è
opportuno considerare che l'interazione ricercatore-animale
appare mediata sia dal sesso del ricercatore, che da quello
dell'animale. E' importante anche sottolineare che le molteplici
criticità della cosiddetta 'ricerca di genere', richiedono
ricercatori preparati in questo specifico settore. Solo così si
possono garantire risultati più affidabili e realmente
trasferibili alla clinica". "Integrare sistematicamente il sesso
come variabile già nelle fasi iniziali della ricerca è
fondamentale per comprendere i meccanismi d'azione dei farmaci,
migliorare l'efficacia delle cure e ridurre il rischio di
effetti avversi", spiega Ilaria Campesi, membro del Gruppo di
lavoro e corresponding author del lavoro .
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