I bambini con disturbo dello spettro
autistico prestano maggiore attenzione a un robot sociale -
progettato per interagire con le persone attraverso segnali
sociali strutturati, come gesti, posture, movimenti e direzione
dello sguardo, all'interno di contesti comunicativi - rispetto a
un essere umano. È quanto emerge da uno studio condotto dalla
Fondazione Don Gnocchi in collaborazione con il Politecnico di
Milano e pubblicato sulla rivista scientifica Asian Journal of
Psychiatry. In particolare, i ricercatori hanno analizzato
'l'attenzione condivisa', ossia la capacità di condividere
l'attenzione con un'altra persona verso qualcosa (un oggetto, un
evento),in bambini in età prescolare con diagnosi di disturbo
dello spettro autistico e bambini a sviluppo tipico, mettendo a
confronto l'interazione con un terapista e con un robot. È
emerso che i bambini con autismo prestano maggiore attenzione
agli stimoli proposti dal robot, soprattutto per quel che
riguarda la capacità del bambino di seguire con lo sguardo ciò
che un'altra persona guarda o indica (gaze following) e
l'abilità del bambino di condividere l'attenzione verso un
oggetto che si attiva o si muove, alternando lo sguardo tra
l'oggetto e l'altro interlocutore (object spectacle). Il robot
sociale diventa quindi un prezioso 'alleato' del terapista. Allo
studio hanno partecipato 26 bambini: 10 con diagnosi di disturbo
dello spettro autistico, con un livello di autismo tra moderato
e alto, e 16 bambini a sviluppo tipico.
"Le differenze osservate tra i due gruppi evidenziano una
maggiore preferenza attentiva verso il robot nei bambini con
autismo rispetto all'agente umano - spiega Silvia Annunziata,
autrice dello studio e neuropsichiatra infantile presso la
Fondazione Don Gnocchi -. Questo aspetto risulta potenzialmente
rilevante dal punto di vista clinico, poiché potrebbe essere
sfruttato per facilitare l'attenzione, promuovere la
partecipazione attiva e supportare interventi terapeutici
assistiti da robot, orientati al potenziamento delle competenze
sociali e comunicative". "La letteratura suggerisce che i robot
sociali risultino più accessibili ai bambini con disturbo dello
spettro autistico non perché più interessanti in sé, ma perché
offrono contesti strutturati e stimoli sociali più prevedibili e
meno complessi rispetto all'interazione umana - aggiunge Anna
Cavallini, direttrice del dipartimento di neuropsichiatria e
riabilitazione dell'età evolutiva di Fondazione Don Gnocchi -.
L'obiettivo è trasferire queste competenze nella vita
quotidiana, coinvolgendo attivamente anche le famiglie".
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