"Non c'era altra scelta: trapiantare al bambino di due anni ricoverato all'Ospedale Monaldi di Napoli il cuore resosi disponibile, ma gravemente danneggiato, era l'unica strada possibile perché altrimenti il bimbo non sarebbe uscito vivo dalla sala operatoria". Secondo Mauro Rinaldi, direttore della Cardiochirurgia all'Università di Torino-Ospedale Le Molinette, i chirurghi si sono trovati dinanzi ad una strada segnata: "Da quello che sappiamo al momento - afferma all'ANSA - credo di poter dire che non c'era altra scelta ed i chirurghi non potevano fare altrimenti".
Il piccolo, spiega Rinaldi, "da quello che è stato reso noto, era già in una condizione di circolazione extracorporea Cec, ovvero un tipo di circolazione extracorporea che si instaura quando viene effettuato un trapianto di cuore e che può essere mantenuta solo per alcune ore. E' dunque diversa dalla circolazione extracorporea che si instaura invece per una assistenza circolatoria prolungata, ovvero la cosiddetta Ecmo, che può essere mantenuta per giorni e anche settimane. Al bambino era dunque probabilmente già stato espiantato il proprio cuore, in attesa di effettuare a stretto giro il trapianto del nuovo cuore in arrivo". A questo punto, rileva, "non si poteva fare altro che trapiantare il nuovo cuore. Anche se l'organo era danneggiato, ed attualmente non sappiamo se i chirurghi di Napoli fossero consapevoli di questo, hanno dovuto comunque trapiantarlo per poter gestire le fasi successive. Se non avessero trapiantato il nuovo cuore, il bambino sarebbe stato esposto a emorragie e dissanguamento letali".
Una scelta obbligata, dunque, quella presa in questa vicenda dai medici. Anche perché, come spiega il cardiochirurgo, sarebbe stato impossibile 'tornare indietro' e reimpiantare il proprio cuore al bambino. Infatti, "quando il cuore viene espiantato dal paziente, in vista di un trapianto, è poi molto difficile reimpiantarlo. Cioè, l'auto-trapianto è una procedura tecnica molto difficile perchè durante l'espianto il cuore viene comunque in qualche modo modificato o privato di parte di tessuti, per cui rimettere al proprio posto lo stesso cuore è complesso". Dunque, "da un punto di vista tecnico - afferma - se l'espianto era stato già fatto, i chirurghi hanno fatto bene a impiantare il nuovo cuore". Al momento, sottolinea l'esperto, "il bambino è in Ecmo, a quanto è noto, perchè è necessario affiancare un aiuto alla circolazione dal momento che il cuore impiantato è danneggiato.
Tuttavia, dopo un periodo prolungato di Ecmo, ed in questo caso dal trapianto è trascorso oltre un mese, le complicanze aumentano ed è quindi più difficile che un nuovo trapianto possa avere un esito positivo". Ad ogni modo, conclude Rinaldi, in "questa tristissima vicenda, il grande errore è stato fatto a monte: è cioè davvero incomprensibile come sia stato possibile l'utilizzo di ghiaccio secco, non previsto assolutamente dalle procedure e che ha danneggiato il cuore da trapiantare". In ogni caso la buona pratica indica, prima di espiantare un organo, di attendere l'arrivo di quello nuovo e verificarne le condizioni. Su quest'ultimo punto concorda anche Bruno Gridelli, già direttore dell'Istituto Mediterraneo per i Trapianti Ismett Irccs di Palermo: "Per la conservazione degli organi da trapiantare - afferma - si usa sempre ghiaccio normale e sterile. Il ghiaccio secco non è previsto nelle procedure relative alla preservazione degli organi da trapianto; si usa invece nel caso si spediscano dei campioni di tessuto. La vicenda è anomala e mi chiedo come sia potuto succedere. E' una indagine che andrà fatta dagli organismi competenti".
Quando si trapianta un organo, in ogni caso, "i medici non possono mai sapere con assoluta certezza se l'organo riprenderà a funzionare. Ma questo - conclude Gridelli - mi pare un caso davvero unico e anomalo".
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